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GIUSEPPE CENTONZE

Una settimana a Castellammare con Cesira Pozzolini Siciliani

(Marzo-Maggio 2007)

 

Ritratto di Cesira Pozzolini Siciliani (in "Una cartolina una storia", a cura di F. Poggiali e B. R. Bellomo, Bologna, Nuova S1, 2006)

 

Nel 1877 vi furono due viaggi importanti a Napoli: quello di Renato Fucini, che con Napoli ad occhio nudo mostrò a tutta l’Italia il problema Napoli, la Napoli dei poveri, dei vicoli e dei bassi; e quello del giornalista Pietro Coccoluto Ferrigni (con lo pseudonimo Yorick figlio di Yorick), che con Vedi Napoli e poi... usò una mano più attenta alle scene e ai bozzetti.

Entrambi erano toscani, inseriti negli ambienti culturali e nei salotti della Firenze umbertina, dove avevano un ruolo fondamentale la rivista Nuova Antologia e la Scuola Superiore.  Del resto era stato proprio Villari a spingere Fucini, dopo aver tentato inutilmente con De Amicis, ad andare a Napoli per vedere e far sapere.

Anche Cesira Pozzolini Siciliani (1839-1914), appartenente a una famiglia fiorentina di nobili patrioti, viveva a Firenze, frequentava i salotti e gli ambienti culturali. Suo marito Pietro Siciliani insegnava Pedagogia a Bologna ed era molto amico del Carducci, che frequentava la loro casa affettuosamente (anche se in una lettera alla moglie, colla sua irrefrenabile ironia, aveva scritto «Sai, trovai ad Arquà la signora Cesira; aveva il naso più lungo del solito»). Cesira era colta e intelligente, aveva attitudini letterarie, era in corrispondenza con lo stesso Carducci e con Capuana.

Volle anch’essa fare un viaggio in quei luoghi problematici. Ne ricavò «impressioni e ricordi» che uscirono, prima del 1879, in giornali e riviste quali la Nuova Antologia e l’Illustrazione italiana, quindi in volume nel suo primo libro, col titolo Napoli e dintorni (Napoli, Morano, 1880).

La Pozzolini fu molto precisa nella descrizione di luoghi, ambienti e consuetudini che ella visitava e osservava guidata dal purista Ippolito Amicarelli.

Interessata anch’essa al sociale, non nascose i problemi e la realtà di Napoli, ma lo fece con occhio diverso rispetto al Ferrigni e al Fucini, del quale rivelava tuttavia la presenza; lo fece con la grazia della donna, con la cortesia della dama.

Della nostra città, descritta con i suoi dintorni nell’ampio capitolo «Una settimana a Castellammare», annotò anche gli aspetti non felici. Ma in genere il suo occhio è benevolo e disposto a comprendere.

Cesira è portata a notare il bello e il caratteristico, a cogliere ciò che per lei ha comunque delle note di piacevolezza. Cosí quando descrive il delizioso quadretto dell’arrivo dei viaggiatori e la caotica e chiassosa piazza della stazione, le gite sui colli, la passeggiata di sera lungo la marina con le abitudini dei cittadini e dei villeggianti, il santuario di Pozzano con miracoli, feste e credenze religiose, lo stabilimento delle acque minerali, la villa reale di Quisisana; cosí quando descrive il tramonto del sole a Castellammare.

Sa essere minuziosa nelle descrizioni, è attenta al particolare, alle piccole curiosità, alle note di colore, al bello della natura. In realtà fa scorgere di essere anche un po’ innamorata del luogo.

Proponiamo la sua lunga visita a Castellammare e dintorni, a cominciare dall’arrivo alla stazione, descritta con briosa rapidità attraverso la folla «operosa» dei pendolari e il gran numero dei riconoscibilissimi forestieri in viaggio:

 

«Si scende in fretta dal convoglio, e in mezzo alla folla operosa che va e viene di continuo da Napoli per traffici e commerci, si veggon sempre molti forestieri, smilzi, diritti diritti, col plaid sul braccio, la brava Guida in mano, le lenti inforcate sul naso, il velo bianco o turchino avvoltato al cappello — distintivo de’ viaggiatori».

 

 

Nel largo della stazione non potevano non far colpo l’invasione di carrozze e calessini, il fracasso, le grida dei vetturini, la ressa dei servitori di piazza intorno ai meravigliati viaggiatori:

 

«Carrozzoni a due o tre cavalli e calessini a un asinello invadono il largo della stazione: e lì un gridìo continuo, voci confuse, un movimento, un fracasso, un trepestìo da non si dire.... I vetturini ritti a cassetta gesticolano, schiamazzano, schioccan la frusta e gridano:

—     Andiamo a Sorrento !...

—     Per Sorrento son qua !...

—     Si parte subito !...

—     Si torna qui per l’ultima corsa.

—     A Quisisana !...

—     Siam pronti!...

—     Sorrento !...

—     Quisisana !...

E come se tutto questo sbalordimento fosse poco, i servitori di piazza ti si mettono accanto, ti si appiccicano addosso, non ti lasciano più, si offrono d’accompagnarti al primo albergo, all’Hôtel Royal, all’Antica Stabia, alla Trattoria Toscana, all’Hôtel et Pension Anglaise, all’acqua sulfurea, agli scavi, a casa del diavolo.... e a forza vogliono strapparti di mano la piccola borsa da viaggio».

 

Volendo presentare la città al lettore, subito ne indica le caratteristiche qualità, le ricchezze, le amenità:

 

«Chi nell’estate è solito cercar la quiete fra’ monti, la pace sulle colline ridenti, la tranquillità lungo le spiagge del mare, la spensieratezza in mezzo a un paesaggio pittoresco, e spera vigore dai bagni salati, sanità dalle acque minerali, conforto in una ricca natura..... venga qua [...]. Dov’è nella stagione de’ bagni soggiorno più delizioso di questo?».

 

Poi, dopo una particolareggiata descrizione della sua posizione geografica, del clima temperato («le aure marine spirano perenni, e mille profumi esalano e si diffondono dagli aranceti che bruni e folti si estendono sulle circostanti colline»), del bel golfo, del bellissimo e vario panorama («Come immaginare un panorama più ricco, più capriccioso e più ridente di questo?»), quella appassionata degli spettacolari tramonti stabiesi:

 

«Che tramonti, questi tramonti di Castellammare!

L’ora del giorno che muore qui non è malinconica, non infonde nell’anima certa arcana mestizia [...]. Il tramonto qui è un’altra cosa, e a ritrarlo non varrebbe fantasia di poeti né pennello di artisti.

Il cielo con la sua limpidezza profonda, il mare azzurro, fosforescente, le nuvolette che si tingono delle piú soavi sfumature, le isole che sembrano galleggiar come sirene A mezzo il petto vagamente ignude, i monti bruni e coperti di boscaglie sempre verdi, i paeselli candidi, il Gauro selvoso e maestoso di qua, il nudo e altero Vesuvio di là.... tutto si veste di colori smaglianti, tutto si tinge del rosso piú vivo, i pinnacoli delle chiese, delle ville, delle città brillano di luce adamantina, e tutto sembra una festa della natura.

Se l’orizzonte è puro, se il mare è tranquillo, se il cielo è sereno, l’immenso disco solare, rosso come fiamma viva, spogliato dei suoi splendori abbarbaglianti si tuffa lento nel mare imporporando l’occidentale volta celeste; mentre le coste bizzarre e le vaghe isole dell’arcipelago partenopeo ora paion trasparenti, e ora, pigliando forma piú spiccata, si presentano brune come ricoperte d’una superficie di solido granito. Se poi s’adagia nel suo letto di porpora circonfuso di nuvolette, un vivissimo color di croco si diffonde a sprazzi, e tutto rosseggia, tutto par che s’infiammi, e un immenso incendio par che si susciti all’estremo orizzonte occidentale, e lanci fiamme divoratrici per gli spazi sconfinati, mentre una striscia di fuoco, serpeggiando bizzarra sulle acque, si dilata ed effonde per l’aperto mare.

Che spettacolo! Non lo direste un incendio, un incendio spaventevole, un incendio provocato da un terribile sconvolgimento delle forze di natura?».

 

Giunge così la sera e Castellammare è pronta per affrontarla: il pubblico passeggio, la contemplazione del panorama dai balconi e dai terrazzi, carrozze e carrozzini lungo la marina. La Pozzolini è attratta da tutto ciò, in particolare dai carrozzini tirati da asinelli:

 

«Lungo la marina carrozzini tirati dagli asini e carrozze signorili con pariglie e livree, trottando avanti e indietro, animano e rallegrano il pubblico passeggio offrendo gradito spettacolo ai pedoni che si affollano sui marciapiedi, e ai forestieri che seduti sui terrazzi e presso le balconate restano assorti nella contemplazione di quest’ora solenne e di questo panorama stupendo.

I carrozzini di Castellammare, graziosissimi e comodissimi, sono una specialità del paese. Tutti tirati da asini vispi, agili e snelli che trottano come cavalli, tutti piccoli, per due persone, tutti eguali e della stessa forma, tutti coperti a un modo con percal a righe bianche e turchine, a righe bianche e rosse infiorate, con una gala che pende all’infuori intorno intorno all’appoggio, rallegrano a vederli correre così rapidi e scivolar destri e leggieri, e arrampicarsi su per le tortuose e ripide vie di queste montagne».

 

Ritratto di Cesira Pozzolini Siciliani (in "Una cartolina una storia", a cura di F. Poggiali e B. R. Bellomo, Bologna, Nuova S1, 2006)

 

Ormai è l’ora di fermarsi al Caffè d’Europa e ascoltare la musica:

 

«Annotta.... Ecco la luna pallida, silenziosa, spunta là dietro l’alta cima del Gauro. Le carrozze a poco a poco scompaiono, i carrozzini si dileguano, i rumori cessano, e lungo la strada del passeggio non s’ode che il monotono gemito dell’onda che batte la marina. Tutta la gente s’affolla nel grazioso square sul piazzale Principe Umberto, e l’aere profumato risuona di dolci armonie. Sotto i tendoni del Caffè d’Europa non c’è piú posto: le panchine tutte occupate, le seggiole tutte prese. Quanta gente! che gran richiamo la musica! Ma rinunziamo al brillante concerto sulla Norma, e andiamo avanti».

 

Non mancano altre attrazioni per la gente che s’affolla: un teatrino dei burattini e un teatro «meccanico-prismatico» con automi:

 

«Su quattro pali hanno rizzato una piccola baracca, un casotto di burattini, un frammento infinitesimo dei grandiosi anfiteatri della Grecia e del Lazio, un teatrino industrioso che un uomo solo trasporta di qua e di là caricandoselo sulle spalle, con tutte le sue decorazioni e i suoi attori, con tutti gli annessi e connessi. Pulcinella anche qui, Pulcinella con la sua voce squarciata e nasale s’abbaruffa con Colombina, e i due illustri personaggi fermano la gente, e la gente è tutta lí a bocca aperta a sentirli. I papà pigliano a cavalluccio sulle spalle i figliuoli perché veggano, perché si divertano: le donne si spingono innanzi; i preti guardano attenti, e tutti ridono alle lepidezze di Pulcinella...

Andiamo avanti....

Che cos’è questo fischio assordante, sgradevole, continuo?

è la macchinetta del teatro meccanico-prismatico, quel baraccone lí rizzato dirimpetto ai Bagnetti.

Con pochi soldi c’è da divertirsi, e tutta Castellammare rimane attonita innanzi a quei piccoli automi».

 

 

Andando avanti c’è la strada della marina, costeggiata da un viale con un’enorme distesa di cocomeri, di verdura e di frutta (per la divertente pagina rimandiamo a I Melloni di Castellammare, tra le precedenti Spigolature Stabiane). Proseguendo, si incontra un altro baraccone, un teatro di legno, presso la Capitaneria di Porto:

 

«— Che cos’è quest’altro baraccone?

— Un teatro di legno: guardate che razza di cartelloni a caratteri cubitali!

— Che cosa rappresentano questa sera?

— Niente meno che l’Aida....

— L’Aida?... e dico poco!».

 

Ora la Pozzolini si addentra nel cuore della città «angusto e anche sudicio come un angolo di Napoli», dove ancora ci sono carretti e banchi con frutta, tarallucci, frittelle, anche se qualche venditrice «stanca morta» dopo la lunghissima giornata ha preso sonno:

 

«Si entra nel cuore della città, nel vecchio Castellammare, un po’ opprimente, chiuso, angusto e anche sudicio come un angolo di Napoli. Di giorno, e soprattutto nelle ore del mattino, Castellammare sembra davvero una strada di Napoli, vivace, rumorosa, allegra, assordante; ma di sera torna ad esser quello che veramente è, una piccola città di provincia.

Eccoci nella strada principale, dove si vedono i soliti carretti splendenti di lumi, simili a piccoli bazar ambulanti, con oggetti a quattro e cinque soldi il pezzo. Altri carretti son pieni anche qui di fichi d’India, bell’e disposti a tre a tre ne’ soliti piattellini. Su quel banco si vendono tarallucci e zuccherini d’ogni specie accanto al carretto della fruttaiola. Come dev’essere stanca morta, povera donna! sempre in piedi dalle quattro di stamane, non può a meno di cedere alla forza imperiosa del sonno, e s’è buttata lì per terra com’un fagotto di cenci sudici, e se la dorme che non sentirebbe nemmeno una cannonata. Quell’altra invece, là dietro al suo banco, arzilla e chiacchierona, è tutta occupata a cuocere nel suo calderotto le cucuzzelle per mangiarle lì a terra co’ suoi figliuoli, mentre più in là quell’altra donna è intenta a friggere ciambelline di pasta, allo scoperto, e chi passa ne compra un soldo per confortare lo stomaco già pieno di fichi e di melloni. La povera gente qui com’è discreta!».

 

Delizioso il quadretto delle botteghe e delle farmacie ancora aperte per riunioni e conversazioni al fresco delle ore già notturne, quando «tacciono le opere del giorno», tranne che nei forni in piena attività:

 

«Le botteghe tutte aperte sono il convegno di mille riunioni. Le farmacie sembrano piccoli salotti dove gli amici e i conoscenti si fermano, seggono presso la porta, barattano quattro parole e godono il fresco. Nel crocchio faceto non manca mai qualche reverendo grasso, ben pasciuto, tutto in grazia di Dio, e che mentre stabaccando scherza con la brigata, incute a tutti profondo rispetto. Tacciono le opere del giorno. Tutti si riposano conversando piacevolmente. Soltanto i forni aperti giù in sotterranee stamberghe sono in grande attività, e uomini seminudi raccolti intorno a lunghe tavole affaticano le braccia nerborute sulla pasta dando al pane cento forme diverse. Quante navi chiedono a Castellammare le provvigioni delle sue ottime gallette!».

 

A questo punto, la sosta all’acqua acidula è quasi naturale:

 

«E ormai che siamo arrivati sin qua, andiamo a bere un bicchiere d’acqua acidula alla sorgente di Acanfora e Cuomo. Che acqua! che acqua deliziosa, limpida, fresca, leggera da non invidiar l’acqua marcia di Roma; e come riconforta lo stomaco!».

 

***

 

Finalmente rientrata a casa per la notte, Cesira Pozzolini rivolge dal balcone un ultimo saluto al mare e alla costa illuminata dalla luna, in una «quiete solenne» interrotta solo dall’«eco d’una soave armonia» di una festa di vip su un vaporetto:

 

«La musica è già finita, le strade son ormai deserte, silenziosi i pubblici giardini. Spalanchiamo la balconata, e diamo un altro saluto al mare prima di chiuder gli occhi al sonno. La luna in alto pudica e bella nel suo pallore naviga il firmamento, inonda di bianca luce tutta la costa. Che quiete solenne! Che silenzio!... Ma no, non tutti dormono: di là dal porto giunge l’eco d’una soave armonia. Ecco un punto nero che si muove sulle onde, e canti e grida echeggiano festanti.

Che cos’è?... è una serenata, una cena a bordo d’un vaporetto per la quale il Principe di Satriano ha mandato inviti sino a Napoli...

Quanti lumi, quanti fiori sopra coperta! e quante agili coppie s’inebriano nei vertiginosi giri d’un waltzer!...».

 

Il giorno dopo, di buon’ora, si va in carrozzino sulle alture alle falde del Faito, passando per le Botteghelle, per la ripida salita di Quisisana, per le Fratte, per il Castello, davanti a ville deliziose:

 

«Il carrozzino eccolo qua pronto, e il ciuccio vispo, rotondetto, bardato di tutto punto, con tre lunghe code di volpe, che gli ciondolano sotto gli orecchi e sotto la gola, sembra ben disposto a salire. [...].

Che bella passeggiata alle falde del Gauro! Il mare abbonito dentro i suoi angusti confini sembra placidamente addormentato ai piè dei monti che lo circoscrivono. [...].

Che delizia di casinetti!... Tutti in mezzo a giardini e boschi di aranci guardano il golfo.... E che natura lussureggiante! Accanto al pino chiomato e al nodoso castagno vegetano rigogliosi l’inargentato ulivo, i fichi d’India, i nespoli del Giappone e la vite che in lunghi tralci sospesa agli olmi sostiene sfrondati i suoi grossi grappoli d’uve squisite....».

 

Dopo la tappa a Pozzano e al suo santuario (col racconto dei miracoli, delle feste e delle credenze religiose), si scende allo stabilimento dei bagni minerali, per il bagno e per bere le acque. Dettagliata è la descrizione:

 

«Nello stabilimento non è lecito entrare senza aver prima pagato un soldo d’ingresso.

Il medico è lí a vostra disposizione, e il direttore è pronto a consegnarvi una carta d’abbonamento per dieci bagni, da rinnovarsi sempre che v’aggrada. Allora voi siete padrone.... di tutte le acque e potrete berne quanto vi piace, e potrete passeggiare fin che volete, e andare su e giú per quel piccolo boschetto che è proprio sotto la montagna, la quale tagliata a picco si estolle altissima sul vostro capo.

Che frescolino di paradiso, in pieno meriggio, ai piè di questa montagna!

Dalle forti esalazioni di solfo e di ferro vi accorgete subito che proprio lí han da essere le sorgenti abbondanti e perenni delle acque minerali....

— Presto, presto, non c’è tempo da perdere! Qua un bicchier d’acqua media, intanto che la Luisella e la Marietta preparano e temperano il bagno....

— Guardate, guardate quante bianche molecole, quanti fiocchi candidi e leggieri galleggiano in questo bicchier d’acqua !

— Non c’è da spaventarsi: l’acqua è limpidissima, è freschissima.... son fiocchi di magnesia, molecole di sali....

— Ma, adagio, non bevete tutto d’un fiato; quest’acqua bisogna sorseggiarla, e magari frammischiarla con qualche taralluccio....

Chi per un verso, chi per un altro, tutti girellano qua e là, i piú col bicchiere in una mano e co’ tarallucci nell’altra, chiacchierano cogli amici, siedon nella sala o sotto il loggiato, e aspettano un altro po’ di tempo per buttar giú un altro bicchiere della media, e dopo la media la sulfurea, e dopo la sulfurea la ferrata....

Ma che ricchezza d’acqua! [...].

Le acque minerali di Castellammare operano prodigi».

 

 

Tuttavia non manca un’amara riflessione:

 

«Che cosa ci manca ? Ciò che non manca a nessuno stabilimento balneario di Vichy, di Baden-Baden, di Aix-les-Bains, di Ragaz, di Wildbad. Qui manca l’eleganza, e talora fin anco la nettezza e la decenza. Se la virtú medicatrice di queste acque fosse piú conosciuta e meglio apprezzata anche in Italia, se questi nostri stabilimenti fossero montati con altro gusto, quanta gente anzi che andare a cercar salute oltre Alpe non verrebbe a godere le delizie del golfo di Napoli!».

 

Segue la descrizione dei momenti della giornata nello stabilimento prima del pranzo e del guaglioncello che si guadagna il soldo riempiendo i bicchieri:

 

«Il bagno non è tutta la cura quotidiana. Mentre là in mezzo al boschetto si girella aspettando la reazione e leggicchiando qualche giornale, è necessario bere un altro bicchiere della media. Ed eccoti un Gennariello, un guaglioncello bruno e sudicetto che per un soldo t’empie quanti bicchieri ne vuoi lí nel rivoletto che scorre placido e limpidissimo. Non far lo schizzinoso: non badare se tutti in quell’acqua che tu devi bere sciacquano boccie e bicchieri, e arrivano perfino a lavarvici le mani.... Tira via: chiudi un occhio, e magari chiudili tutt’e due.... bevi e consolati che l’acqua corre, e che la polla è perenne. Dàgli un altro soldo al guaglioncello, ed egli ti riempirà una bottiglia d’acqua ferrata da portare a casa per berla a pranzo mescolata col vino. Il che non toglie che tu possa mangiare il pesce freschissimo e squisito, e gl’iperbolici piatti di maccheroni al sughillo, e schiccherare una bottiglia dell’ottimo Gragnano».

 

Ecco infine come poter trascorrere il resto della giornata:

 

«Dormire dopo pranzo in questi paesi è una necessità; e poi sulle ventitrè fa’ la tua passeggiata su e giú per il passeggio nel curricolo tirato dal vispo asinello, e rammentati prima d’andare a casa di bere un altro bicchiere di zurfegna nello Stabilimento. Potresti portartela a casa in bottiglia; ma quant’è piú efficace attingerla lí alla sorgente su quegli strati di zolfo che biancheggiano sul letto del rivoletto!.

Nell’ultim’ora della sera t’aspetta la banda musicale là nel giardino tutto illuminato e allegro di gente: t’aspetta il convegno dei soliti amici al gran Caffè d’Europa: t’aspetta una barchetta comoda ed elegante che fa il giro del porto; e lungo la solitaria via della marina sino alla Stazione t’aspettano il dolce e monotono gemito delle onde e un soave e patetico chiaro di luna».

 

Al nuovo giorno si è pronti per un’altra escursione. Cesira prima descrive il risveglio e il mare al primo mattino:

 

«è giorno: alziamoci....

— No, è presto ancora.... alle 6 c’è tempo.

Ecco la Filomena, piccoletta, belloccia, grassoccina, entra in camera e spalanca la balconata...

Che incanto! che voluttà a questo fresco soavissimo, a quest’aure confortevoli e balsamiche contemplare dal capezzale la indefinita spianata di questo mare turchino come la volta del cielo, tranquillo come un lago, trasparente come un cristallo! Quante barche pescareccie tirano la rete! quante navi a gonfie vele salpano per Ischia e Sorrento!

Qua il caffè.... porgimi il caffè...

è proprio una delizia innanzi a cosí stupendo spettacolo sorseggiarne una tazza, non pensare a nulla, sognare a occhi aperti e pregustare le ineffabili dolcezze di un bene infinito...».

 

Poi rappresenta Castellammare, già tutta in movimento, tutta un mercato occupato dai venditori e compratori e da grandi barocci stracarichi di merci:

 

«Castellammare a quest’ora mattutina è già tutta in moto. Ogni piazza sembra una fiera, ogni strada un mercato, tutti vendono, tutti comprano. Grandi barocci, enormi traini stracarichi quale di grano o di grosse balle di cotone, quale di grandi botti di vino ingombrano la piazza dell’orologio presso l’uffício doganale. Questi barocci lunghi lunghi sono tirati... figuratevi! da un manzo ch’è nel mezzo sotto le stanghe, da un asino ed un cavallo che gli stanno ai fíanchi. Vera fratellanza fra gli animali!».

 

Si va in escursione a Gragnano e Lettere, di nuovo con ciucciaro e carrozzzino.

Poi tocca andare alla villa reale di Quisisana, il luogo di maggiore attrazione per il forestiero; ma, per la Pozzolini, «come accade di tutte le cose per le quali è grande la prevenzione, Quisisana non risponde alla fama che gode». Ecco, intanto, come ci si arriva:

 

«La strada che mena lassú, ampia, tortuosa, variata, pittoresca, bellissima, sopra al villaggio di Botteghelle è tutta ombreggiata da alti e fitti castagni, tutta coperta da querci antiche le quali maestosamente protendono i rami dall’una parte all’altra, e s’incrociano e s’attortigliano e s’intrecciano pazzamente lí nel mezzo della via formando una volta cosí compatta da negar quasi l’adito ai raggi del sole. Che ombra! che fresco! che vegetazione rigogliosa! Ville e casini dell’aristocrazia napoletana biancheggiano a destra e a sinistra in mezzo ai loro boschi d’olivi dal manto di argento, in mezzo ai loro boschetti d’aranci, in mezzo ai loro giardini di fiori e di frutti squisiti; e s’alzano ardite, e par che s’allunghino graziosamente per vedere il mare mentre piú in alto sopra a tutte domina e rosseggia la Villa reale.

S’apre un gran cancello, si percorre un bel viale, un viale diritto e tutto ombreggiato dalle solite querci, e per un altro cancello si entra nel giardino, si penetra nel parco. Il parco si estende su per il monte bellissimo, ben tagliato, ben tenuto. Quei sentieretti son tutti ameni, ed offrono vedute amenissime».

 

 

La villa le appare come un deludente, immenso fabbricato, ma con una grandissima terrazza «meraviglia delle meraviglie», che esalta la fantasia e rallegra l’anima:

 

«La villa non ha nulla di sontuoso, nulla di grande, nulla di regale. è un immenso fabbricato che gira su tre lati ad angoli retti. Ma per la sua posizione elevata gode un ampio panorama; e al primo piano dalla parte di settentrione e di ponente che guardano il mare, le stanze girano sopra un’immensa terrazza. Questa terrazza è la maraviglia delle meraviglie, e stando lassú si guarisce davvero da tutti i malanni fisici e morali. Per questa terrazza Quisisana è celebre, e per essa la fama risponde alla realtà. Il golfo si abbraccia intero con un’occhiata. L’aria sottile, confortevole, balsamica pei mille profumi che si diffondono da’ sottostanti giardini allarga il polmone, ristora le forze e ingagliardisce la fibra. Che incanto, che linee, che profusione di tinte e di colori! E il mare sempre azzurro e sempre solcato da bianche striscie, e rallegrato da cento barchette che vanno e vengono, partono e arrivano; e la costa di Napoli con la miriade di paesi, e il Vesuvio, e Pompei.... la sepolta Pompei a piè del monte sterminatore che si ridesta dal sonno di diciotto secoli, e muta, squallida, deserta e scheletrita mostra al mondo le proprie rovine in segno della grandezza antica....

Si lascia Quisisana con la fantasia esaltata, la mente serena, e nell’anima un’allegrezza indefinibile e infinita...».

 

Le ultime considerazioni, alla fine del capitolo, sono sul tempo che d’estate a Castellammare passa veramente senza accorgersene:

 

«Oh! come passan rapidi, come volano i giorni a Castellammare nella stagione estiva! Fra’ bagni misti e marini, e i bicchieroni d’acque minerali; tra le passeggiate a Vico, a Massa, a Sorrento, e le gite su’ vaporetti del golfo; tra le serate placide sulla marina, e le feste, e gli amichevoli e geniali convegni protratti sino a tarda ora nel silenzio della notte Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede!».

 

Con questo pensiero chiuso con il noto endecasillabo di Dante ci accomiatiamo da Cesira Pozzolini Siciliani.

 

 

 Post fata resurgo

 

(Da «L'Opinione di Stabia», XI 116 – Marzo-Aprile 2007, pp. 18-19; 117 – Aprile-Maggio 2007, pp. 18-19).

(Fine)

 

 Ex Studiis Iosephi Centonze

 

 

 

 

per Stab...Ianus

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